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sabato 5 agosto 2017

MR. BIG - Defying Gravity

Frontiers
A distanza di tre anni dall'ultimo lavoro, "The Stories We Could Tell", la leggendaria band di Eric Martin torna con un nuovo album, frutto di un'esperienza di decenni trascorsi a calcare i plachi di tutto il mondo. In soli sei giorni di lavoro in studio, a Los Angeles, la magia ha preso forma: "Defying Gravity", il nono album.L’album è innervato come sempre di una grande maestria strumentale e armonica con più di una striatura blues in background (caratteristica peraltro da sempre latente nel sound dei nostri); pezzi infatti come “Open Your Eyes”, “Everybody Needs A Little Trouble” o “Be Kind”, a gusto personale, non possono rivaleggiare coi classici degli americani anche se la resa ha una guisa decisamente moderna. Altri momenti invece più sostenuti (sempre serbando alla melodia un ruolo centrale) come la title track sono più fluidi… in due parole funzionano meglio, anche se non possiamo esimerci dall’affrontare il vero punto debole dell’album in questione: la produzione! Nonostante sia stato coinvolto Kevin Elson, ovvero il quinto membro non ufficiale alla base del successo dei primi quattro album dei Mr. Big, i suoni di “Defying Gravity” risultano scarichi e se il giudizio sul songwriting rimarrà sempre un fatto soggettivo, non possiamo credere che altri possano ritenere questa produzione all’altezza dei lavori precedenti (compresi i recenti “What If…” e “…The Stories We Could Tell”); probabilmente il fatto che l’album sia nato nel giro di poche jam in studio in una sola settimana ne ha plasmato il carattere diretto e senza orpelli ma ha altresì lasciato alcuni particolari quasi “incompiuti”.

Eric Martin usa con la solita maestria la propria voce ben conscio dell’abbassamento dovuto all’età matura (sentite “Mean To Me”, dotata tra l’altro di uno splendido duello Gilbert/Sheehan) anche se il vero protagonista dell’album ci sentiamo di dire sia un Paul Gilbert in forma smagliante, che ha leggermente mutato il suo approccio puntando più sull’improvvisazione (come ammesso dallo stesso musicista in qualche recente intervista). A onor del vero “1992” sembra uscita da una session dei Racer X se non fosse per l’iniezione AOR che i nostri hanno nel DNA e trasferiscono anche sui riff più corposi.Anche stavolta i Mr. Big hanno dimostrano di possedere energia, “tiro” e grande tecnica. Non sempre, però, le canzoni appaiono perfettamente a fuoco sia sul piano della composizione sia sul piano dei suoni e della produzione. Talvolta, infatti, e soprattutto nei brani uptempo, si ha l’impressione che l’energia che il gruppo cerca di sprigionare sia compressa e claustrofobica, senza riuscire ad esplodere mai davvero.La chitarra del maestro Paul Gilbert è, naturalmente, onnipresente e serpeggiante in tutti i meandri, e tutti gli altri suonano alla grande, ma senza particolari exploit, lasciando così talora nell’ascoltatore una sensazione di non perfetta soddisfazione, pur tra tanti spunti brillanti. E, paradossalmente in relazione ad un album di rock duro, migliori e più nitidi ci appaiono i brani meno rock e più "swinganti" del lotto.Probabilmente “Defying Gravity” richiede più ascolti per essere apprezzato appieno, ma appare di primo acchito come un buon disco non equiparabile, però, alle prime, amatissime opere della band, e posto una tacca sotto alcuni dei suoi più recenti album. 

Voto: 8/10 

Bob Preda

ALICE COOPER - Paranormal

earMusic
La recensione del nuovo album di Alice Cooper merita un'importante premessa. Chiunque si sia avvicinato all'artista in questione a partire da fine anni '80/inizio anni '90 del ventesimo secolo, potrebbe avere la visione parziale di Alice come un artista metal americano coadiuvato dall'apporto compositivo/produttivo di Desmond Child, nonché dalla partecipazione nei suoi dischi ("Trash", "Hey Stoopid") di gente famosa nel metal come Bon Jovi, Steven Tyler, Joe Satriani. Non è tutto qui in realtà. Il nostro è invece attivo discograficamente dalla fine degli anni '60, e molti albums più vecchi come "Killer" e "Billion Dollar Babies", entrati nella storia della musica come influenti pietre miliari, potrebbero spiazzare l'ascoltatore dell'ultima ora. Di certo la sua produzione discografica non è esente da pesanti cadute di tono, specie nei primi anni '80, laddove con la nascita di nuovi generi musicali, il nostro ha subìto il pesante problema nel nuovo decennio di trovare una nuova identità musicale, oltre ad affrontare i ben noti problemi di alcool. Da qualche anno invece il prode Vincent Damon Furnier, padrino del genere Shock-Rock, da tempo immemorabile amante del teatro Grandguignolesco e dell'Horror, oltre ad aver fatto pace con il suo alterego negativo Alice Cooper ed essersi ripulito, si è dimostrato un artista relativamente prolifico e appagato, oltre che nei limiti del possibile eclettico, e senza perdere la sua popolarità. Difatti è da un bel po che ogni uscita discografica di Cooper viene ben accolta dal pubblico, e non manca di essere ben fatta e di presentare in musica la bella vena drammatica dello Shock-Rock che tanto ha fatto la sua fortuna in passato. Albums potenti e hard come "Brutal Planet" e "Dragontown", oltre al concept album "Along Came A Spider", sono inframmezzati da parentesi più leggere come "The Eyes of Alice Cooper", ma tutti noi, se vogliamo vedere al complesso della sua produzione discografica, troveremo sempre un filo conduttore. Non fa differenza questo "Paranormal", pubblicato a 6 anni di distanza dal precedente "Welcome 2 My Nightmare" e caratterizzato da una solida pasta compositiva, unita alla solita verve teatrale del buon Alice che incredibilmente non pare essersi appannata nei decenni, nonché da sufficiente ecletticità come si evince da bei brani come l'iniziale title-track, fortemente caratterizzata da atmosfere da incubo rese in linguaggio rock-metal, piena di variazioni e atmosfera di suspence ma al tempo stesso orecchiabile (insomma, proprio una bella canzone).

Probabilmente non tutti i brani di questo disco funzionano a dovere, ad esempio la rockeggiante "Dead Flies" pare più un riempitivo, ma ecco che il serrato metal di "Fireball" ci sciorina tanta energia e ci riporta su alla grande, con un funzionale organo Hammond che intermezza il refrain e ottimi assoli di chitarra. Evidentemente la produzione del vecchio caro collaboratore Bob Ezrin (qui affiancato a Tommy Henriksen e Tommy Denander) è davvero garanzia di qualità. Una song davvero piacevole ed ipnotica nonostante il ritmo sostenuto. Ma ecco altro materiale particolarmente interessante: "Paranoiac Personality" con un incedere Hard cadenzato ed un refrain orecchiabile, vede rimembrare la verve recitativa e drammatica del buon vecchio Alice. Sempre piacevole da riscoprire, e davvero complimenti per il risultato, nonostante l'età. Passiamo al bell'Hard/Boogie "Fallen In Love", che seppur non eccessivamente originale (rivanga ovviamente il sound alla ZZ Top) è ben reso da una performance vocale davvero carismatica. Ed ecco un'altra bordata nei denti: "Dynamite Road" è una speed metal track dalla struttura tuttosommato semplice, la differenza la fa Alice con il suo tono recitativo roboante e (ripeterò fino allo sfinimento) per nulla appannato dall'età. Per me, un grande. Torniamo a lidi di classico Hard Rock con "Private Public Breakdown", un brano con refrain orecchiabili e rivangante nelle chitarre molto dei Rolling Stones, forse meno riuscito dei precedenti, ma non certo un brutto brano. Ed ecco un altro bel Boogie, "Holy Water", con accompagnamento ai fiati. La personalità di Alice nel suo cantato ancora una volta recitato, e dal tono piuttosto avvelenato, la fa da padrone. Ed ancora una volta... devo dire, molto molto bravo! "Rats" è uno scatenato Rock & Roll che anche per la sua brevità (2:38) non aggiunge molto di complesso al lavoro, ma nel contesto generale rappresenta un piacevole e movimentato intermezzo. Si conclude con "The Sound Of A", una sorta di ballad psichedelica piena di effetti sonori (se non sbaglio, credo di aver riconosciuto un Leslie/Rotosound anni '60). Parecchio bella, ed anche qui, qualcosa di drammatico negli arrangiamenti e nella voce ci annuncia che siamo sempre difronte al buon vecchio Alice. L'album in tutto dura 34 minuti, ma... ACCIDENTI! Rimango colpito dal materiale bonus del CD. Pensate. Ci sono due canzoni, "Genuine American Girl" e "You and All of Your Friends", eseguite dalla classicissima line-up degli Alice Cooper di fine anni '60/inizio anni '70. E anche qui debbo dire, che energia. E non è finita qui! Il CD si conclude con ben 6 classici di Alice registrati dal vivo (stavolta con la sua attuale line-up) a un concerto del 6 maggio 2016 a Columbus, Ohio. Canzoni iconiche come "No More Mr. Nice Guy", "Under My Wheels", "Billion Dollar Babies", "Feed My Frankenstein", "Only Women Bleed" e soprattutto la (per me) mitica "School's Out" valgono per TUTTI l'acquisto del CD. Sì, perché innanzitutto i 10 brani nuovi dimostrano lo stato attuale dell'artista, che appare tutt'altro che adagiato sugli allori (vispo, arzillo e... sempre con il suo coltello da cucina insanguinato nascosto dietro la schiena), e poi con il materiale bonus anche le nuove leve possono conoscere un accenno di Storia di Alice Cooper, quello che è stato, quello che ha rappresentato. Fate vostro questo CD, ne vale la pena. E poi se vi interessa l'artista approfondite pure con l'acquisto degli albums storici. 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

DAVIDE LAUGELLI - Soundtrack Of A Nightmare

Autoprodotto
Davide Laugelli è un bassista italiano noto come turnista e con all'attivo collaborazioni passate e presenti con parecchie metal bands piuttosto variegate (373°K, The Burning Dogma, Darisam, i riformati Electrocution, Disease Illusion, Heller Schein). Il suo esordio da solista è un CD-EP di circa 21 minuti intitolato "Soundtrack of a Nightmare", completamente strumentale. Ci troviamo difronte innanzitutto ad un valido strumentista, e poi anche ad un prodotto che seppur nella sua esiguità, presenta tutta la complessità del lavoro strumentale scaturito fuori dalla mente e dalle mani di un bassista. Con tutte le peculiarità del caso, essendo il lavoro stato creato anche per basso come strumento solista. Cosa non tanto comune in ambito rock/metal. Effettivamente la perizia strumentale/compositiva, a volte minimale altre variegata, fa supporre che si tratti effettivamente della colonna sonora per un incubo. Le atmosfere languide, notturne e sinuose pervadono la musica fin dal primo brano, una rilettura particolare della famosa ninna nanna di Brahms, per strumento solista basso. Ma è dopo il mezzo minuto dell'intermezzo corale "La Nave Di Pietra" che entriamo realmente nel vivo con un brano come "A Night At Stonehenge", nei quali 8 minuti e mezzo pare davvero di palpare l'immateriale nero della notte per mezzo della sinuosa e contorta pattern di basso effettato accompagnata da un'agitata e nervosa batteria e da un tappeto di synth da giorno del giudizio. "Hell With You", più esigua nella durata, vede le quattro corde rintoccare le ore più grame della notte come fosse una malvagia pendola, e l'effetto angoscia è assicurato.

Il lavoro si chiude con "Climbing The Wrong Mountain", traccia molto più mossa, dove assistiamo ad un malvagio quanto riuscito unisono di synth e basso ed una varietà di ritmi di batteria che pare accompagnare i diversi stati d'animo del viaggiatore del sogno. D'improvviso, alla fine del brano, il suono di una sveglia. Siamo al termine del nostro viaggio onirico. E credo sia una bella trovata, che enfatizza ancora di più, nei posteriori dell'ascolto, l'idea forte del regno dei sogni come entità a se stante ma raggiungibile in modo più semplice rispetto a quanto noi immaginiamo. Basta solo lasciarsi dietro il tran-tran quotidiano. Di sicuro potrebbe non piacere a tutti questo dischetto, ma presumo la ragione sia... che non tutti abbiano voglia di comprendere la qualità artistica del singolare concept qui presente, poiché abbiamo tutti troppe frenesie quotidiane, teniamo sempre la testa da qualche altra parte, e non ci soffermiamo mai a comprendere quanto sia invece importante un'immagine onirica, foss'anche la descrizione musicale di un incubo, rimarcata da una musica che non è certo di facile presa. Questo mini-CD potrebbe per sua stessa natura farci scoprire quanto l'essere umano possa sentirsi distante dal proprio ego ancestrale, raggiungibile altrimenti con la stessa facilità con cui si sogna. Per chiunque abbia voglia, insomma, di intraprendere questo piccolo viaggio musicale, sentendosi scevro da qualunque moda, il CD potrebbe riservarvi parecchie sorprese. Io ne consiglio l'ascolto a tutti. Anche a quelli che non lo ascolteranno. Perché, il proprio lato oscuro nella gran parte della giornata è qualcosa di cui vergognarsi, e da nascondere. "The lunatic, is my head" dicevano i Pink Floyd. Ed è vero, e sarà sempre vero. che lo vogliamo oppure no. 

Voto: 7/10 

Alessio Secondini Morelli

LEGIONEM - Ipse Venena Bibas

Black Widow
Grande esordio sulla lunga distanza di questi doomsters toscani, i Legionem debuttano su Black Widow, e lo fanno alla grande. “Narco 5,1-20”,è un’introduzione che più oscura non ce n’è, una voce recitante un passo del vangelo sotto effetti di pioggia temporalesca e bisbigli mentre un organo chiesastico fa da tappeto musicale, sul quale irrompe un urlo femminile. The bishop” è un pezzo di doom oscuro sfolgorante, tastiere horror ci introducono al brano, chitarre sevenites e tempi lenti, un mid tempo seguito da voce pulita, pura musica del destino, “Albertus,Albertus”,ha un riffing metallico corposo, il singer ha un cantato salmodiante e melodico, quasi da celebrante; ottimo il lavoro della band, perché sa creare un’atmosfera oscura con sapiente materia doom e melodia. “Proculo’s vial” ha un riffing sabbathiano, una cavalcata heavy/doom da goduria estrema, precisa e potente; l’organo fa da ottimo contrappunto nel rallentamento conclusivo. “Rituals in the catacomb” è pregna di oscurità; una marcia funerea, retta da un cantato che narra uno scenario macabro pregno di occultismo; molto atmosferica la parte solista con chitarre e organo a dare intensità al brano. “A pentacle” è una cavalcata heavy, qui si sente tutto l’amore che i senesi hanno per il genere, un brano che sembra uscita dalla penna del miglior gruppo oscuro della nwobhm, difficile resistere. “Furcas and philosofem” ha un sapore quasi alla Mercyful Fate per il tono delle chitarre, doom metal incrociato con atmosfere horror e metal classico, il cantato rende bene l’aura oscura che pervade il brano. “Black chain of death” è potente e scura, un suono seventies, una cavalcata verso l’inferno, ottimo il lavoro della ritmica e chitarre dai riffing sabbathiani, cambi di tempo sottolineati da un tappeto d’organo inquietante. Un esordio senza nessun difetto, un’ottima prova su tutta la linea che conferma la qualità dei nostri che dopo l’ep bissa e un plauso alla Black Widow per l’ennesima prova di qualità, da avere! 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

SKYLINE - Nowhere Here

Rockshots
I piemontesi Skyline debuttano con questo album con Rockshots e dimostrano di avere le idee chiare sul loro obbiettivo, graffiare ma non troppo. “Way home” dimostra un’opener solida, moderna, potente, un basso pulsante che segnala una batteria potente, chitarre corpose e un cantato melodico, perché i nostri vogliono colpire ma mettendo l’elemento centrale che è la melodia come fulcro. “I don’t care” ha un riffing rock riconoscibile e che ti si stampa, un mid tempo venato di pop, ma con buoni riffing di chitarra e un ritornello che entrerà nel cuore di ogni rocker. “The game” è un brano lento, condotto dalle tastiere e un cantato avvolgente, e chitarre che entrano per elevare la melodia portante del brano. la titletrack è potente e dolce, non stucchevole, una power ballad che nel ritornello dimostra tutto il suo potenziale melodico, con una malinconia di fondo, un brano che potrebbe conquistare le fanciulle.

“Catch me” è anche qui un mid tempo moderno, pervaso di elettronica, con basso, batteria e chitarre che fanno da tappeto ad una voce melodica che esplode nel ritornello, perché l’intento è portare in alto la voce. “Red” è un perfetto pezzo di melodic rock moderno, buona costruzione che alterna parti più rilassate a parti più potenti ma sempre sottolineando l’anima melodica dell’intero disco. L’ottava traccia “The sun” è un’ottima chiusura, un mid tempo hard moderno con un ottimo chorus che potrebbe essere d’ispirazione aor, un brano che entrerebbe nelle classifiche americane alternative se i nostri fossero nati al di là dell’oceano. Un disco che conquista l’anima e il cuore degli amanti del rock melodico; perché è costruito, suonato e sentito con il cuore, si sente l’anima dei nostri di graffiare dolcemente, con durezza e melodia in simbiosi. 

Voto: 7,5/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

EKTOMORF - Warpath (Live And Life On The Road)

AFM
Gli ungheresi EKTOMORF, sulle scene dal 1993, e con ben 11 albums all'attivo (l'ultimo "Aggressor" risale al 2015), stanno per uscire il 25 di Agosto con questo DVD/CD live, contenente la loro esibizione integrale al Wacken Open Air dall'anno scorso. Ci troviamo qui a recensire in anteprima la traccia audio dello show, in poche parole, quello che sarà la versione CD. Il Thrash/Groove Metal dei nostri non perdona nessuno, non fa prigionieri ed è caratterizzato da un'ottima verve tecnico/compositiva. 11 brani per tre quarti d'ora abbondanti di musica energica e con la solita ottima resa sonora del Wacken, che dimostra di che pasta sono fatti i quattro "thrashers" (ah da quanto sognavo di usare quest'espressione così datata) balcanici. Distruzione pura, tritolo e dinamite in musica, soprattutto nell'elemento live. Non stupisce che in poco più di vent'anni di attività, gli EKTOMORF si siano guadagnati la palma della band ungherese più baciata dal successo internazionale, anche grazie a partecipazioni importanti a festivals come lo stesso Wacken (ma non solo).

I brani spaziano un po' per tutta la loro produzione discografica, e il loro Thrash modernizzato con chitarre rocciose e down-tuned si trova di sicuro ben simboleggiato da anthem come la potentissima "Black Flag" oppure l'iniziale "Aggressor", sconfinante quasi nell'Hardcore in "Fuck You All", nonché strumento diretto di comunicazione per argomenti fortemente personali come la conclusiva "Outcast" (canzone di protesta, presumo, contro i pregiudizi razziali subiti dal cantante/chitarrista "Zoli" Farkas per le sue origini Rom). Che dire, per l'intero tempo dell'esibizione i nostri paiono tenere bene il palco, il pubblico incitato da Zoli partecipa con gran trasporto, e nonostante ciò che hanno da proporre sia solo del buon sano e robusto Thrash/Groove Metal, gli ungheresi sembrano conoscere molto bene il loro mestiere. Da rimarcare inoltre la partecipazione al brano "Evil By Nature" del notissimo e longevo "growler" di eccezione, George "Corpsegrinder" Fisher, di fama Monstrosity e Cannibal Corpse (ma non solo). Non c'é molto da aggiungere, Thrashers e Deathsters irriducibili, fate vostro questo super Live distruttivo (non so ancora se CD e DVD saranno pubblicati separatamente oppure accorpati in una sola confezione, ma nel primo caso, fateli vostri entrambi!!!) e state tranquilli perché i vostri soldi saranno ben spesi. Ve lo diranno il vostro collo, la vostra schiena e le vostre spalle quando non ne potranno più dal pogo che vi acchiapperà a tradimento per tutta la durata del concerto. HUNGARIAN THRASH RULEZ! 

Voto: 7/10 

Alessio Secondini Morelli

venerdì 4 agosto 2017

DARK PHANTOM - Nation of Dogs

Symbol Of Domination
Formazione bielorussa dedita ad un thrash/death , questa formazione ha critica di fondo e armi affilate per competere nel genere. L’intro “Dark ages” ha un sapore mediorientale, pochi secondi di quiete prima della tempesta iniziale con il brano “new gospel”, un up tempo thrash metal, riffing della scuola bay area si seguono mentre un growl profondo erompe selvaggio, il solos è melodico e breve e s’incastra a dovere. La titletrack è potente, un mid tempo roccioso, sembra una versione più agguerrita dei Kreator, un brano di forte critica, il brano poi accellera all’improvviso in un up tempo thrash e arrivano voci pulite che dovrebbero dare più enfasi al brano ma purtroppo non hanno la profondità necessaria, ci vorrebbe uno screamer di razza per bilanciare l’urto, il solos anche qui è ben fatto. “Judgement call” è possente, riffing duri si uniscono ad un cantato pulito che dovrebbe essere enfatizzato ma non ha mordente, cosa che invece il growl ha dalla sua, un’aggressività potente che al brano in questione serve; il brano poi muta ina cavalcata thrash prima del solo.

“Unholy alliace” è un brano aggressivo, un mid tempo fatto da chitarre compresse, e growl death metal, controtempi di batteria fanno capire che la formazione ha anche discrete doti tecniche e non sa solo pestare. “O! holocaust” è un pezzo che ricorda umori megadethiani, chitarre che fanno presagire un’apocalisse in corso, lenta marcia con la batteria che in doppia cassa procede inesorabile, anche qua si prosegue con il doppio cantato pulito/growl ma manca di profondità e pathos. La conclusiva “State of war” è veloce, diretta, un bulldozer thrash/death che non lascia scampo, un brano che a metà si trasforma in un mid tempo che stimola l’headbanging prima del solos melodico e thrashy. Un discreto disco, che pecca in due cose: una produzione che dovrebbe esaltarne di più le chitarre e renderle al meglio, e una voce pulita che dovrebbe avere maggior enfasi e aggressività per la musica trattata.  

Voto: 6/10  

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

DAVIDE BERARDI - Fuochi e Fate live at Joe Black Production

foto di Alessandra Cirillo
Con immenso orgoglio e implacabile soddisfazione oggi presento un’artista infinito, uno di quelli come ce ne sono pochi nel panorama contemporaneo, ma pochi nel corso della storia della musica. Qualità e talento, due doti che Davide Berardi trentaduenne di Taranto non è disposto a lasciare in nessun dettaglio della sua fantastica carriera. Nel 2016 ha pubblicato il suo terzo album di brani inediti dal titolo “Fuochi e fate”, ma sono stati tantissimi i premi importanti ricevuti in giro per l’Italia sino a questo momento, solo per citare gli ultimi, il disco ha vinto la Targa D’Autore controcorrente “Giorgio Calabrese” dopo aver ricevuto alla fine del 2016 il premio ‘Professione Taranto’ alla Fiera Internazionale della Music di Erba. Davide non è solo un cantautore pazzesco ma è un’artista a tuttotondo, attore e interprete, appassionato da sempre di Pasolini, Modugno e Gaber ha rappresentato delle formidabili interpretazioni i ogni genere, impreziosendoli con il suo singolare contributo.

foto di Alessandra Cirillo
Nota importantissima da sottolineare: si è affidato al ‘crowfounding’ per il finanziamento della suo ultimo disco, dobbiamo per questo ringraziare MUSICRAISER che ci permette di ascoltare musica così e che si oppone nettamente ad una mentalità discografica sempre più attenta alle logiche commerciali di mercato e che non si preoccupa di sacrificarne la qualità. Importantissimo è stato anche il sostegno della Cooperativa sociale brindisina “Eridano”, un associazione socio-culturale nata per le persone diversamente abili, a cui sarà devoluto arte del ricavato delle vendite. Quest’incredibile lavoro presenta vari stili e vari contaminazioni, si parte dal pop senza rinunciare a quel folk di matrice popolare tipico dello stile cantautoriale. E’ un album da ascoltare più volte, è piacevole ma impegnato, 9 brani inediti dove si intrecciano le storie quotidiane di vita, momenti belli e brutti che si alternano in quella favola che è la vita, notevoli sono le citazioni letterarie e musicali che fanno di questo lavoro un album eccellente sotto ogni punto di vista; in più la cover del brano “La Cura” di Battiato.

foto di Alessandra Cirillo
E’ una disco carico di riflessioni, usa della metafora dell’altalena per la vita, momenti incoraggianti che si susseguono con quelli più tristi, dopo averli vissuti si fa un mero resoconto, è meglio scendere dalla giostra o fare ancora un altro giro e vivere appieno quest’esistenza, respirando. Sono presenti tutte le tematiche che pervadono la nostra quotidianità, dalla politica all’economia, alla famiglia alla religione sino al tema attuale dei social. Quella che analizzeremo oggi però è la versione live, ovvero “FUOCHI E FATE” live at Joe Black Production di Davide Berardi e la sua formidabile band formata da Umberto Coviello alla chitarra e alla batteria, Antonio Vinci al piano e keyboard, Mino Indraccolo al basso. Il mastering è a cura di Giovanni Orlando, ma ancora in fase di lavorazione. Mentre scorrono i brani parla lo stesso Davide spiegandone i temi, partiamo con “Bruxelles” che analizza il tema delicato di un Europa sempre più divisa, tutti quegli ideali ormai traditi uno ad uno, è amaro questo testo e di denuncia senza ombra di dubbio, “E’ tutto finto in questo grande fratello, parlano di cuore ma a me scoppia il cervello…”, citazione fantastica. “I piedi e gli occhi”, guarda il mondo attraverso gli occhi di un bambino che si accorge della frammentarietà della realtà che gli viene insegnata a scuola, totalmente differente da quella che vede lui; meraviglia delle meraviglie la trama musicale, folk e passione che suonano e ci deliziano. Uno de più belli è “Indescrivibile”, brano che ha vinto la targa per il miglior testo alla settima edizione del premio Bruno Lauzi nel 2014, parla del sentimento più nobile, più potente che esiste, l’amore.

foto di Alessandra Cirillo
E’ perfetto, costruzione di un brano senza intoppi o difetti, la voce si fa appassionante e dolcissima, fa fatica a descrivere ciò che prova per quanto è grande. “Mi sento una formica” è tanto triste, descrive con una precisione assurda la sensazione che ci assale in quei giorni che affrontiamo impotenti, ci sentiamo inadatti davanti alla realtà e allontaniamo le persone che amiamo per paura di ferirle, da adorare semplicemente. “Povero fesso” analizza uno dei temi più attuali, l’immensa falsità che regna nel mondo virtuale in genere, ma soprattutto sul web, “Il dolore ti fa vero, l’ho capito solo dopo aver sorriso…fingi pure a te stesso, povero fesso”, il songwriting è eccezionale e curato al dettaglio, in molti punti le parole recitate destano l’effetto brividi sulla pelle. Si interroga sul senso della vita in “Roba da Poco”, temi più universali che s’intrecciano a meraviglia, “Qual è l’accordo della vita?…resta un mistero ma è la vita” recita. Il livello non si abbassa mai, in “Sudamerica” la passione travolgente sfiora le vette del cuore, l’interpretazione di Berardi a mio parere è fuori dal comune, mostra le sue doti cantautoriali intrecciate a quelle da interprete eccelso, sicuramente nostalgia e tristezza le fanno da padrone, ma toccano. Ultimo inedito “Supervisionario”, parla come si evince dal titolo di una visione notturna lontana dalla realtà vissuta, uno dei più folkeggianti stile sud, brano ricchissimo e dal sound soft e allegro. Arrangiamento delizioso e ricco di stile per una delle canzoni più belle nella storia della musica italiana, parliamo di “ La Cura” di Battiato, si accosta ad un mostro sacro rispettandone l’originale. Presto in distribuzione sulle principali piattaforme musicali assieme al Videoclip della sessione live che sarà disponibile sul canale You Tube “JBP Music” della Joe Black Production e sul sito dello stesso Davide Berardi. E’ un album ai massimi livelli, no vi è una sola parte in cui è riscontrabile una sola mancanza, non possiamo che inchinarci davanti all’enorme talento pugliese e augurargli tutto il successo che merita. Evviva la musica di qualità italiana, Evviva Davide BERARDI! 

Voto: 10/10  

Angelica Grippa

giovedì 3 agosto 2017

SHORES OF NULL - Black Drapes for Tomorrow

Candlelight
Datemi musica dalle atmosfere cupe, melodie intense e non banali, una sezione ritmica che faccia il suo dovere, bei suoni di chitarra e una voce accattivante, versatile e in grado di emozionare, e avrete conquistato il mio cuore. Il cuore, sì, perché è lì che colpisce la musica, quella fatta bene, che si insinua sotto pelle e ti dilania l'anima. Come quella degli Shores of Null, una realtà romana che si è guadagnata un posto di tutto rispetto nel panorama internazionale, dimostrando ancora una volta che l'Italia del metal ci sa fare come e più degli altri: un sound che raccoglie l'eredità di Moonspell, Nevermore, Sentenced, Katatonia, un debutto con Candelight Records, un'intensa attività live di alto livello che li ha portati in giro per l'Italia e l'Europa in supporto a nomi come Moonsorrow, Primordial, Hooded Menace. Fin dai suoi primi passi il combo capitolino si impone come una delle realtà musicali più promettenti della nostra penisola, e la seconda fatica "Black Drapes for Tomorrow" non delude le aspettative, al contrario aggiunge nuove conferme per una band a mio avviso destinata a grandi cose. L'album scorre agevolmente, senza grosse scosse bensì come un'unico, incessante flusso di emozioni: cattura l'attenzione con la sola forza di un sound molto coerente ed intenso, fatto di sferzate sonore e melodie struggenti che ti conquistano da subito.

È proprio questo, a mio avviso, il grande punto di forza di questo lavoro: se molti dischi si presentano come una raccolta di brani variegati e distinti, e talvolta ciò si rivela l'unico aspetto che tiene alta l'attenzione dell'ascoltatore di fronte ad un lavoro povero di contenuti, "Black Drapes for Tomorrow" è un blocco monolitico che si impone all'ascolto senza il bisogno di ricorrere a grossi colpi di scena stilistici, e la bellezza delle melodie create dagli intrecci di voce e chitarra è di per sé sufficiente a tenerti incollato all'impianto audio per tutta la durata di questi undici splendidi brani. Mai un calo di intensità, mai una caduta di stile o di gusto, ogni sezione di ogni singolo brano è curata nei minimi dettagli e nulla è mai affidato al caso: il livello è così uniformemente elevato da rendere il mio lavoro di recensione piuttosto difficile proprio perché non ci sono punti salienti, ma tutto è rilevante. La sintesi a parole è per me impossibile, oltre che del tutto inadeguata a descrivere autentiche suggestioni, come il ritornello di "Donau" che fa male come una stilettata in pieno petto, l'incipit di chitarra di "Tide Against Us", le atmosfere ipnotiche della title track "Black Drapes for Tomorrow", le immagini distopiche evocate dall'intermezzo "The Enemy Within" e l'outro "Death of a River", l'energia liberatoria e catartica di "A Thousand Storms" e "The Kolyma Route". L'unica sintesi possibile è quella del mio giudizio: 10/10, lode e menzione d'onore. E ovviamente, un posto fisso nella mia playlist personale e il proposito di andarli ad ascoltare dal vivo alla prima occasione utile.

Voto: 10/10

Sam A.

SUFFER YOURSELF - Ectoplasm

Satanath
Sofferenza, si, sofferenza è la parola più adatta per questo lavoro, perché i russi Suffer Yourself hanno fatto della sofferenza in musica un’ode rabbiosa. La titletrack è lenta, funerea; un doom/death metal retto da growl vocals con scream urlati che appaiono all’improvviso, mentre una sezione ritmica lenta, oppressiva fatta da riff spessi, quasi senza melodia ti comunicano un senso di profondo disagio interiore. “Abysmal emptiness” è lento, macilento e oppressivo, un masso farebbe meno rumore dentro, è inquietudine, malvagità e senso di frustrazione per una strada senza uscita, i riff sono compressi, mentre la marcia è volutamente doom, come se la lezione di campioni come i primi Katatonia, Paradise Lost e compagnia estrema fosse proiettata ancora di più nell’abisso. “The core” è dissoluzione, un accordo di chitarra dissonante ci apre le porte per questi sette minuti di pesantezza, puro doom metal venato di estremo.

“Dead visions” sono quasi venti muniti di marcia lenta, riffing che sfoderano melodie malinconiche scure come l’inchiostro; in mezzo troviamo un intermezzo dissonante recitato in lingua madre, mentre rumori e effetti danno ancora di più un senso di disorientamento per poi tornare a colpire duro mentre in coda si sentono tocchi di tastiera inquietanti e un urlo di dolore prima del solos lancinante e funereo. “Trascend the void” è la coda conclusiva di questo viaggio nell’oscurità più totale, senza speranza, un brano dove una voce pulita ci porta nell’abisso fatto da rumorismi, riff scuri e un tappeto di tastiere inquietante, un brano perfetto per un film del grande David Lynch. Un disco che è fatto di poche tracce, tanta sostanza in questo lavoro, non di certo un ectoplasma; ma musica solida, scura e senza nessuna luce a illuminare il cammino ma rabbia e disperazione. 

Voto: 8/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli