Mazzarella Press Office

EMP 1

sabato 21 ottobre 2017

PANZER - Fatal Command

Nuclear Blast
Ed ecco un'altra ottima band che perpetua la grande tradizione del metal teutonico. I Pänzer non si fanno pregare in quanto a potenza sonora. Se si pensa che questo "Fatal Command" è solo il loro secondo album, e che paiono dei giovinotti con tanta energia da vendere... Potremmo quasi scambiarli per una nuova band di giovincelli assurti al Verbo del Metallo... in realtà, SORPRESA!, la band è composta da un manipolo di persone attivissime da anni nella scena metal centroeuropea (Accept, Helloween, Herman Frank, Krokus, Paradox, Running Wild, Cronos Titan, ecc. ecc.) e tutt'ora facenti parte di bands come HammerFall, Destruction, Headhunter. Insomma, un altro supergruppo? E che supregruppo, ragazzi! In questo bel dischetto abbiamo tutta la tradizione del metal europeo. Impatto da guerra, produzione perfetta, influenze sia thrash sia power/classic metal, e un cantante come si deve, quel Marcel "Schmier" Schirmer, meglio conosciuto come bassista/cantante dei mitici Destruction, con la sua ugola di tradizione Boltendahl/Rock 'n' Rolf ed un pizzico di Udo.

E soprattutto, se un qualsiasi album metal inizia con una pigna sonora come "Satan's Hollow" vi assicuro che vale la pena di possederlo. A me piacciono parecchio i cori a voci "super-acide" nei refrain, presenti ad esempio nella title-track e ancora di più in "Bleeding Allies" e "I'll Bring You the Light" (che bello il lavoro di chitarra solista su questo brano e sulla successiva "Scorn And Hate"!!!), che rappresentano un buonissimo e gradito elemento di tradizione perpetuata lungo tutta la storia del metal germanico. Come nella title-track: bestiale, come direbbe l'Ispettore Coliandro. Eh sì, bisogna essere tanto contenti che continuino tutt'oggi a produrre dischi di siffatta qualità, perlomeno il verbo del metallo viene ben rappresentato anche da destinare alle nuove generazioni. Certo il dischetto in questione è forse eccessivamente prolisso, dell'ordine di durata di quasi un'ora. Ma vi assicuro che qui nulla viene sprecato. La tradizione del Metal Teutonico è perpetuata da persone che sanno davvero il fatto loro. E nelle tracce più epiche come "Skullbreaker" c'é un certo feeling superiore che non è possibile evitare di sottolineare. Disco di qualità indubbia, insomma. Destinato a tutti i cultori del thrash, power, classic metal, in due parole, di tutto il metal più peso dell'epoca d'oro degli anni '80. E... la riprova è rappresentata dalla traccia finale, una riesecuzione con sapiente maestria del classico dei Saxon "Wheels Of Steel". 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

HYPERION - Dangerous Day

Fighter
In arrivo l’album di debutto di una band che propone musica interessante e di qualità, per la Figter Records gli Hyperon pubblicheranno il 22 novembre “Dangerous Day”. Nati per volontà di Marco “Jason” Beghelli a Bologna, hanno come obiettivo l’esplorazione in tutte le sue varianti e sfumature dell’Heavy Metal,unendo la parte classica e tradizionale a quelle che sono le ultime tendenze. Nel tempo il primo componente si unisce nel 2015 a Davide Cotti, chitarrista che riesce in breve tempo addirittura a diventarne la mente creativa, ma è con l’arrivo di Giacomo Ritucci al basso che iniziano i veri e propri arrangiamenti. Il completamento della band arriva con Luke Fortini, un formidabile chitarrista cui fama lo precede per le sue straordinarie performance, ma non finisce qui citiamo la voce, quella di Michelangelo Carano, ora siam davvero al completo e che gruppo. 8 brani cui sonorità rimandano a primo impatto a quelle caratteristiche degli anni 80 e a gruppi che hanno fatto la storia come gli Iron Maiden e i Metallica, basta questo per avere un’idea della portata compositiva dell’opera.

Dalla prima nota ci accorgiamo che è un thrash metal, la carica di “Ultimatum” ne è la testimonianza, ha un’esecuzione talmente veloce e intensa che gia nell’opener lascia poco respiro e subito via alle chitarre, cambi e stimoli sino in chiusura. Segue il primo singolo pubblicato, la title-track che in apertura mette in mostra le doti vocali, più armonioso l’ascolto ma piacerà anche chi non ama particolarmente il genere, quasi 5 minuti di ottima musica. Si cambia con “Incognitus”, effetto particolare in apertura quasi ipnotico e poi si martella la potenza, fiumi di parole che sfociano in un assolo accompagnato da scream qui e lì. “Ground and Proud” inizia già con le chitarre in primo piano, adorabile, perla strumentale fra le perle, ci emoziona ci carica ci piace tantissimo. “Forbidden pages”, mistero e base da paura per un brano che pare sussurrato , ma come per l’ intero platter meglio non abituarsi ad una trama musicale perché è pronta a cambiare nel respiro di un secondo, potenza di voce e di chitarra, sulla stessa scia viaggiano le note di “Killing Hope”. Penultimo brano, uno dei più accattivanti “The grave of Time”, sicuramente meno thrash ma comunque piacevolmente ed inesorabilmente metal ci trasporta in chiusura dove ritorna il martellamento caratteristico della band che in ultimo con “Hyperion” vuole concludere alla grande e sicuramente lasciare il segno. La band deve purtroppo affrontare l’abbandono di Giacomo ma è gia alla ricerca di un nuovo bassista per affrontare alla grande le date dei live, che saranno imperdibili con queste credenziali. La copertina dell’album è stata affidata all’artista australiano Alex Reies. Dal mio canto posso solo dire che questo si presenta come un esordio coi fiocchi, coinvolgente, di qualità, curato nei dettagli dove emerge il potenziale della band e del singolo elemento. Bravissimi. 

Voto: 8/10 

Angelica Grippa

UNREAL TERROR - Intervista alla Band


Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

Luciano: The New Chapter è un album che vuole colmare un divario durato tre decenni e che ci ha tenuto lontano dalla scena metal per troppo tempo. Ha il difficile compito da un lato di rispettare la nostra tradizione musicale e dall’altro di aprirsi a sonorità contemporanee. A giudicare dalle recensioni uscite finora, sembra che ci siamo riusciti.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

Enio: Gli Unreal Terror nascono nel 1984 dopo che chiudemmo il capitolo UT, grande esperienza di un Rock cantato in italiano che vedeva oltre me, Mario Di Donato e Silvio"spaccalegna" Canzano che oltre a suonare la batteria era anche il vocalist della band. Un'esperienza meravigliosa durata 10 anni on the road.


Come è nato invece il nome della band?

Enio: Dopo l'esperienza UT decidemmo di invertire la rotta e adottare la lingua inglese e inserire un vocalist. L'ingresso nei primi mesi del 1984 di "Ben" Spinazzola portò anche al cambiamento del nome, infatti lui ci propose di modificare la "U" in Unreal e la "T" in Terror e così fu.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

Luciano: I testi sono per me fondamentali. In questo ultimo lavoro in particolare, ho voluto giocare con le metriche, col suono stesso delle parole. In passato preferivo un approccio più descrittivo, più didascalico. Adesso mi piace sperimentare con le sonorità e i ritmi delle parole stesse. Credo siano diventati testi più personali, più intimi, che spesso esprimono emozioni vissute in prima persona. Trickles Of Time è un po’ il testamento degli anni che sono passati per me fino ad ora.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

Enio: Credo che i brani degli Unreal Terror sia quelli vecchi e sia i nuovi, abbiano una fottuta melodia che ti avvolge subito e ti rimane in testa. Luciano è bravissimo a creare dei riff e cori efficaci. Poi noi siamo animali da palco e credo che vederci live sia un'altra bella esperienza. Il nuovo "The new chapter" è stato scritto dopo 30 anni, ma ha la peculiarità di essere fottutamente al passo coi tempi, sia come è scritto e sia per le sonorità adottate.

Come nasce un vostro pezzo?

Luciano: Lo “scribacchino” sono io (risate). Compongo alla chitarra l’armonia, le linee melodiche e abbozzi generali dei riff che poi i miei chitarristi perfezionano. La mia è una scrittura molto melodica. Sono pezzi che potrebbero funzionare molto bene anche acusticamente, data la grande componente melodica che li caratterizza.


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

Luciano: Quale padre ammetterebbe di avere preferenze per un figlio? (risate) Forse The Thread. Anche la mia Arianna (moglie N.d.R.) mi tira fuori d’impiccio con un filo come per il Teseo della storia raccontata nel brano.

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

Luciano: Maiden, Priest, Black Sabbath, Dio, Queensryche… la lista è lunga.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live? 

Enio: Abbiamo pianificato con Antonio Keller (Jolly Roger Record) tutta la promozione su "The new chapter". È partita coinvolgendo Radio, riviste specializzate, web ecc. Abbiamo pianificato un mini tour a supporto live ( in funzione della logistica di Luciano che vive a Los Angeles) che ci vedrà live il 7-8-9 e 28 dicembre rispettivamente a Roma,Firenze, Ascoli Piceno e nella nostra città Pescara.


E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

Enio: Ci stiamo pensando, il 2018 è tutto da scrivere.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

Enio: in Italia ci sono band che non hanno nulla di meno rispetto a quelle europee e americane e soprattutto molti dei nostri musicisti sono ad alti livelli rispetto a certi pseudo blasonati stranieri. Il nostro problema è sempre lo stesso : non ci sono spazi a sufficienza per il Metal e non c'è molto supporto da parte dei ragazzi verso le band nostrane.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

Luciano: Ci ha assolutamente favoriti. E parlo della tecnologia in senso lato, non solo in relazione all’aspetto promozionale. Poter fare le prove a 10.000 km di distanza sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa. Io personalmente sono estremamente affascinato dalle nuove tecnologie.


Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

Luciano: Non credo possiamo essere considerati una band super-tecnica, alla Dream Theater. E francamente mi interessa poco. Quando ero più giovane, era molto affascinato dal virtuosismo strumentale. Oggi tende ad annoiarmi un po’. Tendo a giudicare molto di più il songwriting, la capacità di scrivere brani di impatto. Mi piace una tecnica al servizio della musica e non viceversa.

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

Enio: Mi piacerebbe molto lavorare con Deve Lombardo lo ritengo un grande.

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Luciano: Vi aspettiamo ai nostri concerti. Quella è la dimensione in cui gli Unreal Terror si esprimono al meglio.

Maurizio Mazzarella

UNREAL TERROR - The New Chapter

Jolly Roger
Questi sono i dischi che ci piacciono: perchè sono quelli che hanno una bella storia alle spalle, oltre ad essere di ottima qualità. Degli Unreal Terror vi abbiamo già parlato qualche mese fa in occasione della pubblicazione della loro interessante biografia (http://giornalemetal.blogspot.it/2017/07/klaus-petrovic-unreal-terrorrules-night.html), sottolineando come la musica sia stato il fattor comune che ha cementato l’amicizia tra i componenti della band. Vi rimandiamo quindi al predetto articolo per meglio comprendere l’essenza di The New Chapter. Certo è che quando le motivazioni vanno oltre quelli che possono essere interessi materiali, legandosi esclusivamente alla pulsione artistica ed alla voglia di stare insieme, non possono che dare ottimi frutti. Son passati ben trentuno anni da Hard Incursion ma Enio Nicolini, Luciano Palermi e Silvio “Spaccalegna” Canzano hanno ripreso le fila li dove le avevano lasciate, con un lavoro che sicuramente si lega a livello compositivo al metal più tradizionale, quello degli anni ’80, con intelligenza e senza scadere in una mera operazione nostalgica, per la nuova linfa iniettata dalle chitarre di Iader D. Nicolini (il figlio di Enio) e Arcanacodaxe in fase esecutiva, grazie a trame armoniche perfettamente bilanciate tra presente e passato ed assoli ben costruiti, senza strafare, che si lasciano ascoltare con piacere.

E’ Luciano Palermi l’autore principale dei brani, supportato da Iader in quelli più articolati. Le atmosfere sulfuree dell’opener Odinary King fanno da apripista alla voglia di rockare duro che esplode già nella successiva Time Bomb, dove Silvio Canzano rende subito giustizia al suo soprannome. Durante l’ascolto ci hanno colpito particolarmente The Fall, One More Chance così come la conclusiva Western Skies, ma questo è un lavoro di quelli che si fanno ascoltare godibilmente dall’inizio alla fine, senza filler. Tra richiami di stampo maideniano ed anthems apparentemente mutuati dall’heavy americano dei Queensryche, la band in realtà ci mette motto del suo sacco ed è l’insieme a funzionare. Si ha la sensazione, insomma, di un combo perfettamente rodato, come se tanti anni non fossero affatto passati. Una citazione particolare per Enio Nicolini che, oltre ad essere quel bassista che tanti gruppi heavy dovrebbero avere (virtuoso ma che suona accordi e contrappunti nel momento giusto, al posto giusto…), si sbatte per promuovere la band presenziando ovunque possibile, proprio come si faceva una volta quando non c’era il dannatissimo web. Anche queste sono emozioni e, credeteci, in The New Chapter ne troverete tantissime. 

Voto: 9/10 

Salvatore Mazzarella

THE TANGENT - Slow Rust Of The Forgotten Machinery

Inside Out
Andy Tillson e co. tornano con il loro nono album, ed è un grande concentrato di progressive rock di alta classe, e lo fanno con un disco, politico, si, avete capito bene, politico, riflettendo e facendo riflettere chi si appresterà ad ascoltare questa nuova fatica. I nostri lo fanno attraverso un concept album diviso in 6 brani, retti sempre con grande maestria dalla formazione inglese; un disco anche pieno di influenze diverse. L’opener “two rope swings” inizia con delicati interventi di tastiera, chitarre acustiche, una voce calda e avvolgente pregna di profumi prog e un flauto traverso; salvo per poi entrare la batteria e la tastiera e un up tempo punteggiato da interventi di hammond e sentite il basso le evoluzioni che fa sul tessuto armonico creato dalla batteria in relazione col piano. “doctor livingstone (i presume) “ è un attacco prog in piena regola con ampie parti di tastiera, hammond e tocchi lievi di batteria e una chitarra che ricama riff su un basso che fa evoluzioni; qui l’influenza jazz si fa chiara, sentitevi il piano con la batteria sincopata e andrete in sollucchero come il sottoscritto.

Un’influenza che va a innervarsi nel tessuto prog rock che va a indurirsi con chitarre elettriche, per poi riprendere tonalità lievi jazzate, molto notturne. “slow rust” è il brano più lungo,23 minuti,ma pregni di emozione, inizia con tocchi di hammond, la voce di Tillson è carezzevole e si fa anche narrante in alcune parti del brano; brano prog grande, ricco di cori e anima; grande lavoro di tastiere ad opera di Marie Eve De Gaultier; il brano poi prende una piega più “dura” con interventi del chitarrista Luke Machin, e sfumature più elettroniche; un brano mutevole, variegato ma con un filo logico ben presente e costante. “The sad story of Lead and Astatine”,viene introdotta da tocchi di piano e la voce del nostro, brano jazzato che fa morbidamente accarezzare; per poi fare fughe in hammond in controtempo, qui le tastiere ed il basso la fanno da padrone per poi entrare la chitarra con un solo torrenziale duettando con le tastiere. “A few steps down the wrong road” è pregna di pathos con interventi orchestrali, un’epica amara, dove il nostro narra i muri che purtroppo ci circondano; un’analisi che poi fa entrare un sax solista in una cavalcata hard/prog, che profuma di soluzioni floydiane dei tempi d’oro; anche qui la band fa un gran lavoro per tessere il puzzle lirico messo in campo con varie sfumature e con rabbia sottolineata dalla chitarra distorta, per andare verso una piega sinfonica e incredibile, sferzata da parti durissime, eppure tutto questa miscellanea fa presa, merito soprattutto dei nostri che mettono cuore e anima. Un disco pensante, ricco non solo musicalmente come da tradizione dei nostri, ma soprattutto con una riflessione seria che meriterebbe maggior attenzione di tanti e inutili articoli di quotidiano. 

Voto: 8/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

EXHUMED - Death Revenge

Relapse
Grande ritorno per queste colonne del death metal americano, i nostri sono dei cosiddetti “prime movers” della scena, essendo nati nel 1990,e non hanno mai cambiato stile fin dagli esordi, sono i convinti sostenitori del suono marcio, mortifero, veloce e pregno di splatter e puzzo di cadavere. Con un disco chiamato “Death revenge” cosa vi aspettate? Musica colta? L’ennesima “hit” fighettina per far piacere i ragazzini storditi dagli smartphone? ma no, tanta sana ignoranza death metal! Partendo dall’intro “Death revenge overture” che sembra rubata al buon John Carpenter per il lavoro di tastiere e orchestrazioni; si passa al brano “Defenders of the grave”, brano potentissimo, chitarre come segaossa, batteria in mid tempo e vocione da sturalavandini, una goduria, per poi passare ad un forsennato blast beats e alla doppia voce in scream e in growl ad opera di Matt Harvey che ne è anche il chitarrista e Ross Sewage bassista del gruppo e grande solo melodico che da la caratura dei nostri. “Lifeless” è un concentrato di potenza grind; riffing grattati, batteria in blast beat ad opera di Mike Hamilton, dualismo vocale da manuale, i nostri sanno colpire duro con precisione e tanta passione; c’è anche un rallentamento mortifero con solo virtuoso e ad opera del chitarrista solista Bud Burke. “Dead end” è un brano che parte con la doppia cassa sparata a mille in up tempo e le chitarre che fanno riff su riff e poi stop n’ go e blast beats, mentre scream vocals e growl narrano storie di orrore e di morte, macchina ritmica precisa, varia e con tanta personalità. “Night work” è un brano dagli echi quasi slayeriani per i riff, grande lavoro di batteria e basso, e chitarre affilate come rasoi e dualismo vocale più malato che mai e accelerazione in blast beats con solo incorporato. “Unspeakable” è un maglio diretto, senza pietà ne vuole fare prigionieri, un muro di blast beats grind/death, la band gira a mille tra riffing vorticosi, scream e growling vocals, ma soprattutto il titolo viene ripetuto a piena voce come un pezzo hc, e poi mid tempo a fa venire la voglia di headbanging anche qui grande solo di gusto melodico.

“The harrowing” è puro assalto death metal, ritmiche in blast beats che deviano in accelerazioni folli, riff a incastro e che fanno venire voglia di pogare in sede live, brano che sono convinto che farà un vero macello dal vivo. “A funeral party” è il classico pezzo grind dalla durata di poco più di due minuti che ti mette al muro con blast beats, e tanto assalto selvaggio, e un mid tempo spaccaossa a metà del brano. “The anatomy act of 1832” è il brano più lungo, quasi otto minuti, quasi una minisuite, se mi permettete la parola con una prima parte orchestrale, una horror song a pieno titolo, per poi entrare le chitarre a ripetere la melodia in un mid tempo mortifero, per poi accellerare a rotta di collo con solos veloci, virtuosi e assassini assieme, e grande lavoro melodico che richiama il metal classico in coda, grande strumentale. La titletrack conclude in gloria questo grande lavoro con precisione, furia e assalto death metal, brano perfetto nella sua aggressività, stop n’ go, blast beat, riffing segaossa e growl profondissimo. Un disco stupendo, coerente, si sente la passione dei nostri nel fare quello che più gli piace, suonare death metal è la loro missione, e si sente che ci mettono il cuore e altre frattaglie miste nell’impasto sonoro; produzione pulita e potente, un disco da avere, grandi Exhumed. 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

mercoledì 18 ottobre 2017

ENSLAVED - E

Nuclear Blast
Sono passati quasi trent’anni da quando i norvegesi Enslaved fecero la loro apparizione sulla scena metal mondiale. Con un inizio in pieno stile black metal, rimangono di certo un culto i loro primi demo Nema, targato 1991 e il leggendario Yggdrasil del 1992. Successivamente riuscirono a pubblicare una serie di lavori che hanno lasciato un segno indelebile nel firmamento della nera fiamma e del cosiddetto viking metal, con album impressionanti come Frost, Vikinglirg Veldi e Eld, includendo anche il grandioso Blodhemn del 1998. Da li in poi cominciarono pian piano ad allontanarsi in parte da ciò che avevano creato agli esordi, cambiando, smussando la loro personale proposta musicale. Il tutto però sempre lasciando comunque che la band fosse riconoscibilissima tra migliaia di altre band del genere. Uno dei pregi di questa formazione è che nonostante passino gli anni, riescono sempre a reinventarsi senza avere il timore di esporsi a critiche anche negative. Ma ce ne sono ben poche comunque da fargli. Ogni disco è un gioiello di estrema arte contemporanea, non si può definire in altro modo. Stesso discorso vale per il nuovo album, intitolato semplicemente E.

Brani lunghi, articolati, maestosi e atmosferici. Hanno mantenuto anche una certa cattiveria di fondo, il che in parte li rimanda al loro passato entusiasmante e malvagio. Gli Enslaved di oggi sono sempre estremi, la differenza sta nel fatto che sono cresciuti, in tutto e per tutto, raggiungendo livelli altissimi che probabilmente pochi riuscirebbero ad eguagliare in quell’ambito. La prima prova di quello che è stato appena scritto la si può rilevare nel brano iniziale, Storm Son, dieci lunghi minuti in cui i nostri freddi norvegesi danno prova di ciò che sono oggi in questo 2017. All’inzio si può sentire tutto il loro amore per il prog d’alta classe, poi a metà del brano ricordano a chi li ascolta da dove provengono con furiose parti black in pieno old style, il tutto sotto una perfetta perizia tecnica. Stupendi sono i duetti tra il growl e le clean vocals, davvero evocative in The River’s Mouth. Uno dei brani più belli e riusciti è sicuramente la terza Sacred Horse, dove fa la sua bella comparsa un hammond che rimanda ai grandi Deep Purple addirittura. Ogni singola nota è ricercata e sofferta. Dall’inizio alla fine, otto brani per un ora di pura emozione fisica e mentale. Gli Enslaved hanno confezionato l’ennesimo capolavoro. Si aspetta di vederli dal vivo, per poter rimanere ipnotizzati anche dalle loro particolari e incendiarie esibizioni. 

Voto: 10/10

Sandro Lo Castro

THE DANGER - The Danger

Autoprodotto
Composta da Marco Spinelli alla voce, Giorgio Crociati alla chitarra ritmica, Denis Bedetti alla chitarra e Stefano Vasini e Nicola Sbrighi rispettivamente a batteria e basso,i The Danger ci presentano l’album omonimo. Gruppo fondato nel 1998 hanno composto qualche cover prima di produrre musica in autonomia. Tutti i musicisti che vi militano possiedono una grande esperienza, basterebbe nominare il mitico vocalist “Spino” che militava nella prima band metallara d’Italia i Vanexa, apprezzati a livello internazionali, ma ogni componente porta le proprie singole capacità creando un tutt’uno ricco e facilmente apprezzabile soprattutto per chi ama il genere. Parlando appunto di genere il loro è sicuramente un ottimo Hard Rock contaminato dal Power, possiede una gran forza la loro produzione, usano la lingua madre, da non sottovalutare, utilizzano un linguaggio alquanto esplicito con messaggi impegnati e diretti. Il metallo dell’album si intravede sin dall’opener title –track, che spacca apertamente, l’italiano del gruppo e la voce del cantante sembrano sposarsi a perfezione, la potenza vocale perdura sino alla chiusura. Piacevole e intenso il secondo brano “I Metallari”, un inno a difesa del metal e alla sovversione dei sistemi che vigono, affermando a gran voce che non si arrenderanno.

Più contaminato il rock di base di “Scemo”, che ha un aspetto più leggero e simpatico nell’esecuzione ma i messaggi di base restano gli stessi, le venature blues sono a dir poco adorabili servono a far digerire più facilmente un messaggio diretto. Si torna alla carica con “Libeccaio” gioco con le parole e cantato trascinato per nu brano dal sound orecchiabile e diretto, apprezzabile facilmente, grida messaggi davvero coinvolgenti come slogan di rivolta. Più leggera la trama musicale di “Rock n roll” parte in modo soffusa e si scatena in un magnifico assolo che ci accompagna sino alla chiusura, bellissima l’esecuzione strumentale, le chitarre vibrano alla grande. uno dei belli “L’amore o no”, potrebbe diventare facilmente una hit da radio, brano sentimenatale sicuramente meno impegnato ma coinvolge tanto e no tralascia l’aspetto sensuale e rockettaro che i compositori gli vogliono dare. Rock pregevole per “Bla bla bla”, mentre molto più taglienti e provocatrici sono le chitarre di “Alpornononsicomanda”, difende il lavoro di una band che ha degli ideali musicale che vuole sbandierare con orgoglio. Il mistero fa da padrone in “California” altro brano di facile assimilazione, descrive una fuga in un posto come lo stato americano luogo di evasione e divertimento, stacco a metà e ancora bellissimo assolo di chitarra, indiscutibilmente travolgente. Gli ultimi due brani “Cattivo esempio” e lo strumentale “Adrenalina” aggiungono pregio e diversità ad un platter già ottimo sino a questo punto. C’è chi no si piega alle leggi di mercato e lo vuole gridare a gran voce, i gruppi cosi vanno inneggiati e rispettati. Un gran lavoro Great Musica Men! 

Voto: 9/10 

Angelica Grippa

POKERFACE - Game On

M&O Music
Ritorno fiammante per questo ensemble thrash metal russo, dalle venature death, il nuovo album è un rullo compressore in piena regola, di pura potenza anticristiana. “The bone reaper” apre le danze con un brano diretto, riff carichi di influenza thrash tedesca e Bay area, batteria in mid tempo e vocione femminile in growl, già avete sentito bene, quel vocione che sentite è di una gentil donzella; Alexandra Orlova, questo è il suo nome, che può competere benissimo con i colleghi maschi, brano potente e la nostra ha un’ugola d’acciaio, sembra di sentire in tono pulito certe influenze alla Death Angel. “The fatal scyte” è puro “tupa tupa style”, batteria versatile, tecnica e dinamica, con riffoni thrash metal grattati che è un piacere e la singer ci mette del suo per aggredire l’ascoltatore, mid tempo intervallato da accelerazioni in doppia cassa. “Play or die” è un pezzo diretto e potente, i nostri badano molto al sodo, non vogliono perdersi in mille rivoli, il loro obbiettivo è di radere al suolo; brano dall’impatto devastante. “Blackjack-demonic 21” è un mid tempo tellurico, senza via di scampo che diventa speed/thrash, un proiettile sonoro retto da riffoni e un mid tempo a intervallare con growl vocals; la singer ce la mette tutta a veicolare con rabbia la sua voce e ci riesce alla grande, ottimo solo di puro thrash metal.

“Straight flush” sembra quasi rubata ai Sodom per la carica malvagia che si respira, i nostri sanno variare bene il tempo, dando versatilità al brano con accelerazioni, mid tempo pesantissimi e scatti d’ira. “Cry,pray,die” tre parole che i nostri vogliono sentire per radere al suolo le vostre orecchie, brano “in your face”,riffing di pura scuola thrash/death, mid tempo diretto, pesante e compatto, e poi accelerazione a rotta di collo. “Creepy guest” vi spingerà ad un selvaggio headbanging, brano perfetto per il pogo on stage; anche qui l’influenza della Bay area è ben chiara, con melodie di chitarra nell’impasto potente e preciso dei riff, e la singer è veramente eccezionale. La titletrack messa in conclusione è dinamica e varia, anche qui l’headbanging è a rotta di collo, una thrash metal song che nota il timbro pulito della singer, un timbro chiaro e aggressivo, mentre la band colpisce duro, senza pietà, un brano dalle influenze heavy metal che risultano chiare nei riffing. Un gradito ritorno di un gruppo che bada molto al sodo, che vuol dire la sua nel panorama thrash metal con competenza, consci dei propri mezzi e soprattutto una singer dalle indubbie qualità. 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

CONVOY - Rip Tide

Autoprodotto
Gli svizzeri Convoy pubblicano questo album strumentale; si definiscono prog/metal; e per certi versi col prog hanno a che fare ma non preoccupatevi, perché non si ispirano alle formazioni classiche e soprattutto hanno un approccio tecnico ma anche moderno. Il trio formato da Andrea Tonni alle chitarre, Jurg Vosbeck al basso e Filip Wolfensberger alla batteria; come ho detto hanno un approccio moderno al prog e il power trio, senza orpelli ne tastiere li aiuta a rendere i brani più fluidi e meno di maniera; provate a sentire l’opener “Flight mh370,un mid tempo nervoso, fatto di riffing moderni compressi, solos non troppo lunghi ma ben fatti, un brano pulsante. “Caravan” sembra una cavalcata metal moderna; un tiro buono, fatto da chitarre compresse, arpeggi e basso vivo e pulsante, batteria che con colpi ben dosati da il giusto tiro con un rallentamento groovy sul finale. “Legs” come gambe, perché qui le gambe del batterista vanno che un piacere e non solo quelle, la formazione sforna un brano heavy, con partitura ad incastro di riff ,e qui si sente la vocazione prog dei nostri con controtempi di basso mentre la chitarra sciorina tecnica, melodia e distorsione. “Rush” è una corsa, un brano potente, riffing a percussione, un up tempo con ottime chitarre nei riff melodici e mai troppo cerebrali, la batteria varia il tempo per dare fluidità al brano, buona prova della chitarra in sede solista e ritmica.

“Rising” è un mid tempo ritmato, un andamento quasi “funk” per certi versi, sentite il basso, per poi procedere con riff spezzati, e dare il via alla chitarra di giocare con le note. “Truck driver” è un brano compresso, potente, un mid tempo dove i riff costruiscono un muro, ma con piglio rock, la batteria da tempi e controtempi in questo brano che dura solo 3 minuti e qualcosa ma fa sentire che i ragazzi hanno grinta da vendere. “Vampire romance” è il brano che vede l’estro dei nostri prendere piede con virtuosismi da parte di tutti e tre, brano che fa vedere e sentire le doti tecniche dei nostri, ma senza strafare, in questo mid tempo che spezza il ritmo come uno yo-yo; la melodia è sempre ben presente nell’impianto sonoro del trio. “Vipera” inizia con una sirena d’allarme, e una voce che freddamente ti dice di provare ancora e la band ci presenta il colpo di coda, un brano heavy/prog, riffing durissimi, batteria pesante come un bulldozer, un up tempo nervoso, e il basso che fa evoluzioni sonore, e soprattutto un bellissimo assolo breve ma ficcante, prima della coda finale di “requiem”. Un bel disco non c’è che dire, fatto di tecnica, voglia di far sentire le proprie doti, ma non per questo lasciare il passo all’autocelebrazione che annoia; anzi, un bel frullatone di heavy/prog salutare con gusto. 

Voto: 7,5/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli